Il Capitone è il classico pesce della tradizione culinaria napoletana che non deve mancare al cenone di Natale. Si mangia per allontanare la cattiva sorte esorcizzando l’antico serpente simbolo del male.

 

Capitone o Anguilla? La differenza sostanziale tra il Capitone e l’Anguilla è solo una questione di sesso: infatti entrambi appartengono alla stessa specie della famiglia Anguillidae (dal latino anguilla, anguis, serpente) un pesce teleosteo caratterizzato da ossae da un corpo cilindrico a forma di serpente, dove per Anguilla si indica il maschio della specie detto “ceca” di dimensioni ridotte mentre per Capitone (dal latino caput, testa) si intende la femmina della stessa varietà che può mutare di lunghezza e superare il metro e mezzo.
Questo pesce dalle origini misteriose può sopravvivere sia in acque dolci che in acque salmastre restando nel luogo prescelto fino a oltre i 50 anni; è capace di resistere fuori dall’acqua circa 48 ore.

 

Napoli, la tradizione culinaria impone che a Natale il Capitone non deve mai mancare sulla tavola di amici e parenti, fritto come vuole la ricetta e servito con un buon vino. Mangiato più per scaramanzia per che per devozione, aiuta a scacciare la cattiva sorte.
Il Capitone si scrive al maschile ma si traduce in femminile; un’altro spunto che lo accosta alla città partenopea densa di antichi culti pagani rivolti alla fertilità.

L’origine del consumo del Capitone alla Vigilia di Natale, trova luogo sia nella tradizione giudaico-cristiana che in culti pagani come in alcune leggende popolari; per forma e somiglianza questo pesce incarna l’antico serpente fonte sia di sapere che di malvagità.
Per il Cristianesimo è il serpente tentatore, il Demonio che sedusse Eva nell’Eden e che tentò dopo secoli anche un’altra donna, la Vergine Maria che ripara l’errore dell’antenata e sottomette alla sua autorità il serpente schiacciandogli la testa sotto ai suoi piedi.
Proprio in virtù del legame cristiano, si capisce perché il Capitone deve essere ammazzato e cucinato dalle donne a memoria della disubbidienza di Eva, mangiato la sera del 24 Dicembre giorno della nascita di Gesù Cristo, poiché esorcizza il trionfo del bene sul male, allontana i malefici e la malasorte come segno di redenzione.
Nel Libro dell’EsodoMosè trasforma il suo bastone magico (bastone di Aronne) in serpente e viceversa per convincere il Faraone della parola di Dio mentre nel Libro dei NumeriMosè fece un serpente di rame legato ad un palo per guarire dalle offese.
«Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita.» (Numeri 21:9)

Inoltre una credenza popolare contadina narra che durante la Vigilia di Natale, tutti gli animali parlino tra loro e chissà forse pure il Capitone ci supplica di non ucciderlo; secondo alcuni ascoltarli procurerebbe la propria morte mentre per altri iniziare un dialogo è presagio di buona fortuna.

 

Il simbolismo del serpente per gli antichi

 

Per molti popoli il serpente è un’animale che si presta alla mitologia, alla cultura locale, ai culti religiosi e al folklore, simbolo primordiale associato spesso al tema del soprannaturale.
Nei culti pagani come si evince dagli ultimi affreschi rinvenuti a Pompei, il tema iconografico dei serpenti è presente nel larario domestico, cioè l’edicola sacra che ospitava le divinità protettrici della famiglia; il serpente è riconosciuto come Genio del luogo, ovvero entità benefica in riferimento ad un passo dell’EneideEnea intento a sacrificare suo padre, resta folgorato dall’apparizione di un serpente che compie sette cerchi intorno al sepolcro “incerto se pensare che sia un Genio del luogo o un messaggero del padre” (Aen. 5, 95-96).

 

Il serpente è il simbolo esoterico molto diffuso, il celebre Ouroboros il drago-serpenteche si morde la coda che rappresenta la ciclicità di tutte le cose, la rinascita a nuova vita, il rinnovamento spirituale (si pensi al cambiar pelle del serpente) ma anche il simbolo di iniziazione per gli occultisti.

 

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